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Iscrizione Giornate della Traduzione

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News | Intervista alla vincitrice


Martina Ricciardi si aggiudica il Premio per la traduzione HarperCollins 2015

Martina Ricciardi

 

Dopo aver attentamente valutato tutti gli elaborati pervenuti, Harlequin – HarperCollins ha selezionato la versione di Martina Ricciardi per la scorrevolezza dello stile, la capacità di mantenere il ritmo dell’originale e per la freschezza con cui ha saputo rendere la voce della protagonista anche grazie a un’accurata scelta dei vocaboli.

Alla vincitrice viene offerto in premio un contratto per la traduzione di un romanzo HarperCollins.

Di seguito l'intervista alla giovane vincitrice.

Martina, raccontaci qualcosa di te: chi sei, cosa fai, quali sono i tuoi interessi…

Sono nata e cresciuta a Lerici, un bellissimo paesino ligure al confine con la Toscana che ha fatto da sfondo ai miei primi vent’anni di vita. Dopo ho iniziato a spostarmi “in città”, prevalentemente per motivi di studio. L’incontro con la lingua russa, poi, è stato amore a prima vista. Un amore che mi ha portato fino a San Pietroburgo, una città magica che è proprio come te la immagini dopo aver letto un libro di Dostoevskij. Sono sempre tornata a casa, però, dopo i miei viaggi. Credo che questa sia la fortuna/sfortuna di vivere in un paese piccolo: alla fine senti il bisogno di tornare.

Dopo una laurea triennale, un master, svariati workshop di traduzione e un bellissimo stage presso il Babel Festival ho capito che da grande volevo fare la traduttrice.

Mi piace viaggiare, cerco di farlo il più possibile. E quando non posso farlo fisicamente, mi piace farlo traducendo: in questi anni di studio ho avuto la fortuna di entrare in contatto con letterature lontane che mi hanno fatto viaggiare anche rimanendo seduta alla scrivania. E forse è proprio questa la cosa che più mi piace della traduzione.

Le mie estati da studentessa mi hanno visto fare le cose più disparate: insegnante di inglese, barista, cameriera, babysitter. Adesso, invece, cerco il mio posto nel mondo seduta alla scrivania di una casa d’asta a Sarzana.

Da quali lingue traduci? Il tuo approccio alla traduzione probabilmente cambia da una lingua all'altra: ci spieghi come e perché?

Traduco dal russo e dall’inglese, due lingue indubbiamente diverse che richiedono, di conseguenza, accortezze diverse. Ma se parliamo di approccio alla traduzione, penso sia meglio fare una distinzione tra generi letterari piuttosto che tra lingue. È la voce dell’autore e la tipologia di testo che si ha davanti a fare la differenza. Non importa con quali lingue si lavori, la traduzione è sempre e comunque l’incontro tra due culture, tra due lingue, tra due mondi. E il traduttore ha il grande privilegio di fare da trait d’union. Il mio obiettivo è quello di rendere questo incontro il più piacevole possibile cercando di dare alla lingua di arrivo la stessa intensità, la stessa vita presente nella lingua di partenza, sia essa il russo o l’inglese.

Quali sono, secondo te, gli scogli più difficili da superare in un mondo, come quello dell'editoria, in cui si fatica a entrare?

Ho capito che per fare questo mestiere, e quindi per entrare nel mondo dell’editoria, bisogna avere tanta pazienza. Non si può pretendere di partire subito, bisogna sedersi e aspettare. Aspettare facendo, però. È importante guardarsi intorno, capire quali sono le nuove case editrici che potrebbero (il condizionale, qui, è d’obbligo) aver bisogno di nuovi traduttori, capire quali sono i propri interessi e mettersi in cerca di libri. Da leggere, da proporre e da tradurre. Procedere per tentativi, sbagliare, e ricominciare da capo. Senza scoraggiarsi. 

Come hai conosciuto il premio e cosa ti ha spinto a partecipare?

L’ho conosciuto grazie alle Giornate della Traduzione Letteraria a Urbino, l’anno scorso. Ho deciso di partecipare proprio per quella “smania di fare” di cui parlavo prima: mi ero appena laureata ed ero in cerca del famoso e tanto agognato posto nel mondo. Quindi ho iniziato a mettere sul tavolo tante carte diverse, e il premio Harper Collins Italia era una di quelle.

La letteratura per ragazzi è un genere che frequenti abitualmente come lettrice?

No, non rientra tra le mie letture abituali.

Dal punto di vista della traduzione, quali sono le maggiori difficoltà che si incontrano quando ci si accosta a questo tipo di testi?

Il registro e il lessico sono senz’altro tra le matasse più difficili da sbrogliare. Bisogna fare attenzione a non cadere nella trappola del linguaggio giovanile stereotipato e tradurre, invece, usando una lingua fresca che rispecchi i personaggi. E mi riferisco soprattutto ai dialoghi. Bisogna fare attenzione a non ridicolizzare i protagonisti, perché il giovane lettore se ne accorgerebbe subito e, nel peggiore dei casi, richiuderebbe il libro facendolo diventare un cattura polvere. Nel brano tradotto per il concorso, ad esempio, c’è un dialogo tra la protagonista e i genitori. La cosa che più mi premeva era mantenere questa differenza lessicale tra gli interlocutori. Ho pensato che in questo modo i lettori italiani si sarebbero subito immedesimati nella protagonista, e avrebbero continuato a leggere il libro senza “inciampare” o, peggio ancora, senza deriderla a causa del suo linguaggio.

Quali sono secondo te i requisiti che deve avere un buon traduttore? Pensi che tradurre sia un mestiere che si può imparare o che si tratti di un talento innato?

Prima di tutto credo che un buon traduttore, per essere tale, deve essere un buon lettore. O meglio, un lettore attento e critico (per non dire maniacale). E questo non è di certo un talento innato. Io, ad esempio, ho imparato a esserlo grazie ai miei studi e grazie, soprattutto, alla traduzione. Perché quando inizi a tradurre, inevitabilmente, il tuo modo di leggere – una lingua straniera, ma anche la tua lingua madre – cambia. Si diventa, appunto, molto più critici e, nel caso di un libro in lingua straniera, la domanda che aleggia su ogni pagina è: “Come lo tradurrei?”. 

Un buon traduttore, poi, deve essere pronto a mettersi in gioco, a non smettere mai di imparare e, soprattutto, deve essere curioso. La curiosità, il dubbio e l’interesse per l’altro sono i migliori alleati di un traduttore. Un buon traduttore deve essere anche paziente. Sia per i motivi già citati, sia perché una traduzione ha bisogno di tempo. Il tempo per farla, per lasciarla riposare e poi per rileggerla. E qui mi ricollego al primo punto: un buon traduttore deve essere un lettore critico soprattutto nei confronti di se stesso e di quello che scrive.

In base alla tua esperienza, quali consigli daresti a chi oggi vuole accostarsi a questa professione?

Non ho ancora una grande esperienza in questo settore, però una cosa (si fa per dire) l’ho imparata: bisogna buttarsi e “fare”. Fare workshop, confrontarsi con i grandi esperti del settore e guardarsi intorno partecipando a incontri, fiere e giornate ad hoc come quelle di Urbino. E bisogna sempre tenere d’occhio il mercato editoriale, leggere tanto e “sfornare” proposte editoriali. Bisogna far sentire la propria voce, perché alla fine qualcosa si muove.

Ritieni che iniziative come le Giornate della Traduzione Letteraria di Urbino possano aprire nuove prospettive ai traduttori?

Sì, soprattutto grazie ai seminari con gli editori. È una grande opportunità che permette ai traduttori di capire come muoversi, a chi proporre un determinato genere e soprattutto come funziona il mercato editoriale. 

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